Che origine ha la frase “Less is more”?

In occasione di un colloquio all’Architectural League di New York, uno studente chiese a Ludwig Mies van der Rohe:

Sappiamo poco della Sua frase “Less is more”. Ci racconterebbe che origine ha?

Lui rispose:

Penso che la dissi innanzitutto a Philip. E penso che per la prima volta la sentii da Peter Behrens. Sì. Sapete, non è originale, ma mi piace molto.

Ancora una volta (la prima era stata questa), pescando nel passato di un famoso aneddoto legato all’organizzazione, mi sono resa conto che è stato fatto molto fumo intorno a un non sempre palpabile arrosto.

Giocare a fare l’archeologa della celebre frase “less is more”, attribuita all’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe, mi ha permesso di approfondire e conoscere meglio il pensiero di quello che, nonostante tutto, confermo essere il mio architetto preferito in assoluto.

Che cosa ho scoperto

Il Philip che nomina è Philip Johnson. Nel 1947 Johnson pubblica il primo libro che illustra l’opera di Mies (questo è il cognome dell’architetto, il quale aggiunge, nel 1921, il cognome della madre, Rohe, come nome d’arte per il primo progetto di un grattacielo in vetro) e ne cura la prima mostra al MoMa di New York.

Peter Behrens è stato uno dei maestri di Mies van der Rohe. Fondatore del più prestigioso studio di architettura nella Berlino dei primi anni del Novecento; tra i suoi allievi figurano Charles Edouard Jeanneret-Gris (meglio noto come Le Corbusier) e Walter Gropius (il fondatore del Bauhaus).

La frase è in inglese perché negli anni Trenta, Mies van der Rohe si trasferisce stabilmente negli Stati Uniti, lavorando tra New York e Chicago.

Secondo Vittorio Pizzigoni, che ha curato l’edizione italiana della raccolta di scritti dell’architetto, “bisogna ricordare che fu soprattutto Johnson a sfruttare la concisione di queste sentenze [“less is more”, “almost nothing”] e la loro facilità di essere ricordate. […] Forse proprio a causa della loro insita ambiguità, Mies preferì esprimersi con parole più chiare e univoche. Per comprendere l’efficacia pubblicitaria di queste frasi, basti pensare che nel 1967 il New York Times si rivolse a Mies chiedendogli il permesso di usare l’espressione “Less is more” in una campagna pubblicitaria di intimo. Mies rispose che la cosa non lo interessava: era sufficiente che le modelle indossassero un intimo bellissimo”.

Non commento, nel 2021, la scelta di associare questa frase a una campagna pubblicitaria di intimo femminile (se hai visto Mad Men sai di cosa parlo), ma è interessante il collegamento che Mies fa tra l’idea di bellezza e quello di “less” ovvero meno.

“La bellezza è legata alla realtà, non si libra nell’aria, si attacca alle cose ed è indissolubilmente connessa alla forma delle cose.”

E ancora:
“Io non mi oppongo alla forma, ma soltanto alla forma come fine. […] La forma come scopo sfocia sempre nel formalismo. Infatti questo sforzo si rivolge non verso un interno, bensì verso un esterno. Ma solo un interno vivente ha un esterno vivente. Soltanto un’intensità di vita ha un’intensità di forma.
Ogni “come” è sostenuto da un “che cosa”. Ciò che è privo di forma non è peggiore di ciò che ha un eccesso di forma. Il primo è nulla, il secondo è apparenza.”

Ecco allora che “less is more” torna ad essere un principio guida di equilibrio.
Non di eliminazione a tutti i costi.

E questa è l’idea di organizzazione che desidero condividere.
Uno spazio in equilibrio tra ciò che è funzionale e ciò che è “vitale”, che ti fa bene. Nessun vuoto instagrammabile, ma nemmeno nessun pieno di cui non hai bisogno.
Un tempo in equilibrio, dove ogni progetto e ogni strumento ha un “che cosa”, o meglio un “perché”, a giustificare il suo “come”.

È facile? No, è più difficile.
Ma ne vale la pena.

Dopotutto lo diceva anche Mies:

“Per favore, non confonda il semplice con il facile, vi è una grande differenza. Io amo la semplicità, a causa della sua chiarezza, non per la sua facilità o per altri motivi […]
Per raggiungere una chiarezza dobbiamo semplificare praticamente ogni cosa. È un lavoro duro. Bisogna combattere, e combattere, e combattere.”

Se vuoi, possiamo farlo insieme.

 

E se invece vuoi approfondire, il libro da cui ho tratto le frasi di Ludwig Mies van der Rohe è L. Mies van der Rohe, “Gli scritti e le parole” a cura di Vittorio Pizzigoni, edizioni Piccola Biblioteca Einaudi.

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Chiara Battaglioni
Chiara Battaglioni
Ciao, sono Chiara Battaglioni e lavoro a fianco dei freelance per allenare le loro capacità organizzative tramite consulenze individuali personalizzate e percorsi formativi. Contribuisco a diffondere la cultura dell’organizzazione personale sul lavoro, attraverso il podcast Work Better e il lavoro che svolgo per APOI, l’Associazione dei Professional Organizers italiani, di cui sono associata Senior e membro del consiglio direttivo.