Oggi voglio fare una confessione.
Ho molto peccato.

Diversi anni fa, promisi a mio zio, in partenza per un lungo viaggio in Australia con mia zia, di mettere mano al girato e realizzare un video ricordo di quella vacanza.
Ero da poco iscritta ad una laurea in comunicazione audiovisiva e il mio sogno era proprio quello di diventare un montatore video: insomma, le premesse c’erano tutte per assumermi l’impegno di buon grado.

Cosa è successo dopo? Me lo sto ancora chiedendo.
I miei zii si sono sposati (e hanno pure fatto un altro viaggio!), hanno messo al mondo mio cugino (che domani inizia le elementari!!), io mi sono laureata (non solo a quella, ma anche ad una seconda laurea!!!) e ho persino deciso di cambiare lavoro. Insomma, un Natale dopo l’altro, a dicembre la mia promessa non mantenuta compirà dieci anni.

Di certo non è un risultato di cui vado fiera. Anzi, il senso di colpa per non aver esaudito il desiderio di due delle persone a cui voglio più bene in assoluto ha reso il video dell’Australia il mio più grande e doloroso cerchio aperto, la mia più spinosa questione irrisolta.

Per quale motivo, a distanza di così tanto tempo, non sono ancora riuscita a portare a termine l’impegno che avevo preso?
Me lo sono chiesta più di una volta.

E’ stata la mancanza di tempo? Forse qualche volta questa giustificazione sarà anche stata vera ma, diciamocelo, in dieci anni credo che uno il tempo lo trovi.
Mancanza di capacità e competenze? Sì, certo, non sono un montatore professionista, ma un filmino delle vacanze lo avrei già potuto gestire il primo anno di università.
Non avevo gli strumenti adeguati? Bugia che forse qualche volta mi sono raccontata.
Semplicemente non ne avevo voglia? Sì, forse a volte ho preferito fare altro di più stimolante, ma poi la vergogna di non aver ancora mantenuto la promessa tornava a farsi sentire. E non è mai stata una bella sensazione.

Questa è la risposta a cui sono arrivata io.
Non è detto che debba essere vero per tutti e per tutte le questioni irrisolte che ci portiamo dietro da anni, ma spero che possa dare a qualcun altro lo stimolo ad affrontare il proprio “cerchio aperto”. Così come lo sto affrontando io in questi giorni.

Credo di aver sbagliato sotto due punti di vista:

  • l’approccio al problema o la visione complessiva che ne avevo;
  • il metodo con cui lo volevo affrontare.

 

Mi spiego meglio.

Ho sempre visto questo impegno come una specie di masso gigante, rotolato giù dal fianco della montagna, che bloccava la strada sulla quale stavo viaggiando. Troppo grande per essere aggirato senza cadere nel fosso, troppo alto per essere scavalcato, troppo solido per poter essere distrutto. Insomma, un vero e proprio blocco inattaccabile da qualsiasi prospettiva lo si guardasse. Il fatto è che comunque io volevo passare dall’altra parte. Ne sentivo il bisogno. Così come non potevo (nè volevo) chiedere ad un’altra persona che stava di là dalla strada di raggiungere la destinazione al posto mio. Sentivo che comunque toccava a me.
Nel momento in cui ho cambiato approccio al problema e ho iniziato a scomporlo nelle sue componenti (riversare il girato da cassetta ad hard disk, selezionare le clip migliori, scegliere la musica, ecc.) qualcosa si è mosso: non mi trovavo più di fronte a un unico macigno ma ad una frana composta di tanti piccoli sassi che potevano essere, una alla volta, messi da parte per lasciare libero il passaggio.

Da qui, la seconda cosa che mi ha permesso di iniziare ad affrontare la mia personale questione in sospeso.

 

Scomporre in fasi e in parti più piccole il problema, mi ha aiutato a fare chiarezza tra le azioni che dovevo intraprendere per portare a termine il compito e così ho fatto quello che mi riesce meglio: ho pianificato le cose da fare.

 

Ho preso tutto il materiale, l’ho organizzato in cartelle e l’ho diviso in modo da poter affrontare la mole di lavoro un po’ ogni giorno: ho preparato il mio piano di battaglia e stampato un piccolo calendario a muro su cui segno i miei progressi.

 

[Il metodo che sto usando è una nota tecnica motivazionale per raggiungere gli obiettivi personali ed evitare di procrastinare, inventata da Jerry Seinfeld, attore, sceneggiatore e produttore televisivo statunitense, che si chiama “Don’t Break The Chain” ovvero “non rompere la catena”: consiste nel porsi un obiettivo, nel mio caso finire il video dell’Australia, ma potrebbe anche essere “dimagrire 5kg” e realizzare ogni giorno un’attività in quella direzione, per esempio 30 minuti di esercizio fisico, e quindi fare una croce sul giorno del calendario: lo scopo è proprio quello di non spezzare la catena. Vedere i tuoi progressi sul calendario sarà la molla che ti stimolerà a proseguire nel tuo percorso]

 

Ecco che dal 17 di agosto, ogni giorno (più o meno), porto a termine una piccola azione (si tratta davvero di qualcosa che mi occupa al massimo tra i 15 e i 40 minuti) e così, passo dopo passo, vado avanti. Ormai è diventato un appuntamento quotidiano, un’abitudine. Che mi fa stare meglio.

Un po’ come tutte le altre piccole abitudini quotidiane come per esempio rifare il letto ogni mattina, sistemare i piatti nella lavastoviglie e pulire il lavello subito dopo aver finito di cenare oppure riporre al loro posto i documenti dopo aver scartato le buste della posta in arrivo: piccole azioni, che non ci rubano tanto in termini di tempo ed energia, ma che infondono maggiore serenità e senso di controllo ai nostri spazi e al nostro lavoro giornaliero.

 

Perché molto spesso sono proprio quelle piccole abitudini che ci permettono di chiudere i fastidiosi cerchi aperti.

 

E tu? Hai una questione in sospeso che non sai come chiudere?

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