Domani in Italia festeggiamo l’anniversario della Liberazione.

«Arrendersi o perire!» fu la parola d’ordine intimata dai partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi.

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) – […] – proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate […].

Fonte: Wikipedia

Il 25 aprile non lavoriamo.

Festeggiamo la Liberazione.

Festeggiamo la libertà.

Ma i concetti di lavoro e libertà sono uniti da un filo rosso. Per me fondamentale.

E oggi il mio post è dedicato proprio a loro. Alla libertà e al lavoro.

 

Perché ho scelto la libertà nel lavoro?

 

La mia storia professionale ruota intorno all’idea di libertà.

Al valore assoluto di cui io, personalmente, ho investito questo concetto.

Ho scelto di essere free-lance.

Che tradotto sarebbe, letteralmente, “lancia-libera”.

Infatti la parola “free-lance” ha origine nei guerrieri mercenari professionisti che, già dal Medioevo, combattevano senza un comandante specifico ed erano quindi liberi di prestare i loro servigi a chiunque fosse in grado di pagarli.

L’ho fatto perché mi sentivo costretta in un lavoro e, soprattutto in una metodologia di lavoro, niente affatto in linea ai miei principi. Troppe ore, troppi sprechi e soprattutto una totale mancanza di rispetto nei confronti delle persone, del loro lavoro e del loro impegno.

 

La frase “il lavoro rende liberi” è stata usata come ipocrita motto di accoglienza all’entrata dei campi di concentramento nazisti. E per questo è tristemente ricordata.

Ma il lavoro, soprattutto se abbiamo la fortuna (e tendenzialmente nella parte di mondo nella quale siamo nati ce l’abbiamo) di poterlo scegliere, può davvero renderci liberi.

 

L’articolo 4 della nostra Costituzione recita:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

O ancora, nelle parole di Massimo D’Azeglio (politico, patriota, pittore e scrittore):

Il lavoro è alla base della libertà personale, il collante della società civile e fa sentire il cittadino protagonista delle proprie scelte.

 

La parola chiave qui è “scelta”.

Perchè se è vero che il lavoro è un diritto di tutti, è anche vero che ognuno di noi può e deve scegliere quell’attività che tra tutte gli permetta di concorrere al progresso della società. E di essere soddisfatto, ogni giorno, di questa scelta.

Scegliere non è mai semplice.

Ma è possibile.

 

Io ho scelto l’organizzazione

 

Ho scelto per me il lavoro del professional organizer perché, se da un lato ho riconosciuto (e mi sono state riconosciute) delle “possibilità”, ovvero, come recita l’articolo 4, posso fare questo lavoro perché dispongo delle competenze e della passione per farlo, dall’altro credo che l’organizzazione personale sia una competenza che, se allenata, possa aiutare le persone a fare un piccolo passo verso quel “progresso spirituale” della società che la nostra Costituzione dichiara.

 

Quello che desidero è assistere sempre di più alla “liberazione” da abitudini sul lavoro che ci rendono infelici, insoddisfatti e stressati.

 

Vorrei non dover sentire con così tanta frequenza che sul posto di lavoro non c’è rispetto per gli orari e/o per gli sforzi di una persona o che ognuno guarda al suo orticello evitando di supportare un collega in caso di bisogno.

Sono sempre più insofferente ai racconti di capi esigenti oltre l’umana misura, email ricevute e spedite a mezzanotte, colleghi stronzi e richieste inadeguate al proprio livello di crescita e competenza.

Che generano solo stress e si ripercuotono sul livello di felicità del lavoratore.

 

Festeggiamo la Liberazione d’Italia

 

Una battaglia che i nostri padri partigiani hanno vinto.

E per questo non possiamo che essere orgogliosi di avere un giorno, il 25 aprile, per riflettere sul concetto di libertà che grazie a loro ha ancora oggi un significato.

Quella che combatto io è una battaglia più piccola.

Non certo importante come la loro.

Ma se attraverso il mio impegno riuscirò ad aumentare, anche poco, il livello di libertà (percepita ed effettiva) di un’altra persona nel proprio lavoro, allora saprò di aver vinto la mia.

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