Il post di oggi è una riflessione personale in una settimana carica di emozioni.

Domenica parteciperò alla mia ultima gara di pattinaggio.
Ok, forse non sarà proprio la fine di una carriera, ma sarà l’ultima competizione nei Piccoli Gruppi, la specialità che pratico da ormai quindici anni.

Il pattinaggio è sempre stato parte di me, da quando ho messo i pattini ai piedi per la prima volta a tre anni, nella stessa pista in cui pattino ancora oggi.

È stato prima uno sport, poi una passione, poi un impegno e poi anche un lavoro, quando ho iniziato ad allenare per guadagnare i miei primi risparmi.

È diventato amicizia e una famiglia allargata, fatta di genitori e di piccoli atleti a cui insegno a stare sulle otto ruote.

Ma è diventato anche sacrificio, soprattutto in questi primi anni da freelance, in cui cerco di dar forma e far crescere il mio business e, nonostante la stanchezza, vado a fare allenamento tre sere alla settimana.

In tanti mi chiedono come faccio a fare tutto.
La verità è che non lo so.

Il pattinaggio è qualcosa che si intreccia in maniera indissolubile al mio passato personale, ma anche a quello lavorativo.

 

Di una cosa sono certa: se ho imparato tanto bene a gestire il mio tempo, penso che gli allenamenti quotidiani abbiano contribuito in misura considerevole, tanto quanto partecipare alle gare durante fine settimana.

 

Dopotutto, volendo avere anche una vita sociale, dovevo finire i compiti prima di allenamento e averli già terminati nel fine settimana, per poter uscire con gli amici.

Penso però che non sia tutto qua.

Ho iniziato a fare agonismo a 7 anni: alle prime gare ero spesso agitata e non riuscivo ad ottenere i risultati sperati, né da me, né dalla mia allenatrice.

Con gli anni, gara dopo gara, il mio atteggiamento è cambiato: ho iniziato ad apprezzare sempre di più il momento della competizione, forse proprio perchè rendeva concreta la fine di un percorso, rappresentava la chiusura di un cerchio.

Sì, io pattino per fare le gare.
Mi divertono, mi emozionano e danno un senso a tutto un anno di allenamenti.

 

L’arte di competere, ho imparato correndo, era l’arte di dimenticare e adesso me lo stavo rammentando. Devi dimenticare i tuoi limiti. Devi dimenticare i tuoi dubbi, la tua sofferenza, il tuo passato. Devi dimenticare quella voce interiore che grida e implora: «Non un passo di più!». E se non è possibile dimenticarla, devi scenderci a patti.

 

Phil Knight, L’arte della vittoria

 

Ho letto la biografia del fondatore della Nike e l’ho trovata appassionante.

Nella sua storia c’è tanta intraprendenza (e faccia tosta) ma anche, o almeno così mi è parso, una buona dose di improvvisazione.
Phil Knight coltivava un’Idea Folle, come la definiva lui stesso, ma i passi per raggiungerla raramente erano stati pianificati: fra colpi di testa, qualche sfiga e molto lavoro portato avanti nei ritagli di tempo, lui c’è riuscito.

 

Volevo rimanere costantemente concentrato sull’unico compito che davvero contava. Se la mia vita doveva essere tutta lavoro e niente gioco, volevo che il mio lavoro fosse un gioco.

 

Phil Knight, L’arte della vittoria

 

E allora forse è questo che più di ogni altra cosa mi hanno insegnato tutti questi anni con i pattini ai piedi: vorrei che il mio lavoro di Professional Organizer diventi un po’ come la mia carriera di atleta di pattinaggio artistico.

Nato così, un po’ per caso (o forse no), all’incrocio tra la consapevolezza delle mie capacità organizzative e l’incontro con le persone giuste, che hanno saputo indicarmi la via.

 

Un lavoro-sport.

Dimenticando i dubbi, dimenticando i limiti, allenandomi ogni giorno come imprenditrice di me stessa, tra il divertimento e il sacrificio, per raggiungere il giorno della gara, che non sarà uno soltanto, ma che saranno tanti da qui in poi.

 

Ti pare abbia un senso? Per me sì.
E ora vado a fare allenamento. Che domenica il Campionato Italiano ci aspetta!

 

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